.
Annunci online

  ilCantiere [ E' bello vivere perchè vivere è cominciare. Sempre ad ogni istante. (Pavese) ]
 
 
         
 


Ultime cose
Il mio profilo


Spaziostudenti
Il Cantiere
Comunione Liberazione
Corriere della Sera
Perloccidente
Il Foglio
Comitato Scienza e Vita
Meeting di Rimini
Tempi
Il Giulivo (divertentissimo!)
Orari Treni
Orari Pullman
Vacanze di Zona
Ansa
Mostra Libertà Meeting 05
GS Stati Uniti
Gazzetta dello Sport
ogame.it
ricontiamo.com
Teatro De Gli Incamminati
Sito del Vaticano
Le falsità del Codice da Vinci
La carovana - Istituto Tirinnanzi

cerca
letto 92426 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
 


17 settembre 2006


Dal Corriere

Mentre Ratzinger è sotto attacco

A PROPOSITO DI ORIANA
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

C’è una forte suggestione simbolica - lo ha già notato ieri Magdi Allam - nella coincidenza tra la morte di Oriana Fallaci e gli attacchi islamici al Papa per il suo discorso di Ratisbona. Una suggestione che appare legata a un episodio preciso accaduto durante una delle celeberrime interviste della Fallaci, quella all’imam Khomeini nel remoto 1979. Quando cioè, di fronte al nuovo padrone dell’Iran che aveva accettato di incontrarla solo a patto che lei si coprisse il capo con il velo, Oriana, giunta alla sua presenza, se lo levò d’impeto dandogli seccamente del «tiranno». In quel gesto, che si concentrava sul particolare dello chador e ne faceva il centro dello scontro, era anticipato il senso di quanto da lì a non molto sarebbe divenuto il motivo dominante del rapporto difficile tra l’Occidente e l’Islam: l’urto delle mentalità e delle culture, l’urto tra due concezioni antitetiche dell’eguaglianza tra le persone (tra uomo e donna, tra eterosessuale e omosessuale) e della loro dignità. Quell’impertinente donna italiana, sfidando un supposto precetto della religione islamica, anticipava simbolicamente le decine e decine - chissà, forse, nel segreto dei loro cuori le migliaia e migliaia - di donne della medesima religione, che approdate nella libera Europa sarebbero, un giorno, arrivate in qualche caso a preferire la morte piuttosto che sottostare a obblighi e consuetudini mortificanti per il loro corpo e la loro autonomia. Con l’intuizione di chi per mestiere è chiamata a interpretare i segni dei tempi, la Fallaci capì che lì, su quell’apparentemente innocuo pezzo di stoffa, tra lei e l’imam si giocava una partita importantissima, che era poi la stessa che più tardi si sarebbe giocata tra le due culture: e di quel pezzo di stoffa fece la bandiera da agitare in faccia all’avversario. Capì - a quell’intuizione rimanendo fedele come pochi - che il futuro ci avrebbe sempre più richiesto la consapevolezza irrinunciabile della nostra identità, anche a costo di sfidare l’incomprensione e l’ira dell’altra parte. Sono l’incomprensione e l’ira che oggi si abbattono su Benedetto XVI. Semplicemente per aver espresso, ha osservato uno studioso come Giovanni Filoramo intervistato dall’Unità , «un giudizio legittimo rispetto a un’altra religione, sulla quale ha dato una valutazione teologica». Per aver cioè ribadito - oh quale sconvenienza inaudita per un pontefice cattolico! - la propria convinzione circa l’ unicità e superiorità della Cristologia; e che forse c’è qualche differenza tra una fede che pone Dio in una dimensione di arbitrio assoluto e un’altra che invece lo associa intimamente al Logos , alla ragione.
I toni irati e intimidatori che oggi si rovesciano sul Papa sono analoghi a quelli levatisi ieri a proposito delle vignette su Maometto o l’altro ieri a proposito dei «Versetti Satanici» di Salman Rushdie. Essi servono solo a confermare quanto sia difficile il rapporto tra la nostra cultura, che tra molte altre cose conosce da secoli, anche in campo religioso, la filologia, la critica dei testi, la discussione libera, e una cultura, invece, che non avendo né larga né lunga esperienza di ciò, scambia tutto permalosissimamente per bestemmia e per offesa. Una cultura che, dando quasi a vedere di non saper rispondere in altro modo, subito minaccia, esige pentimenti, assalta e promette morte. Guai però a farsi spaventare. Ci sono sfide - ci ricorda oggi l’antica staffetta di Giustizia e Libertà Oriana Fallaci - alle quali c’è una sola risposta possibile e ragionevole: «non mollare»




permalink | inviato da il 17/9/2006 alle 13:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


16 settembre 2006


Interviste a Magdi Allam e Samir Khalim Samir (da Avvenire)


OCCIDENTE E ISLAM

Rabbia e ragione

Intervista a Magdi Allam: le parole del Papa del tutto legittime e benefiche

Di Giorgio Paolucci

Non si deve cedere alla prepotenza e alla strumentalizzazione che montano nel mondo musulmano. Che ha bisogno di più ragionevolezza e meno rabbia. E in questo senso le parole pronunciate da Benedetto XVI a Ratisbona non sono un attacco, ma una salutare provocazione. Ne è convinto Magdi Allam, giornalista e scrittore, ma soprattutto combattente per l'affermazione di un islam rispettoso di valori universali come la sacralità della vita e il rispetto della persona e della sua dignità e libertà.
A giudicare dalle reazioni registrate in queste ore, siamo davanti a un fronte compatto, anche se eterogeneo, di proteste contro l'intervento del Papa all'università di Ratisbona. Questo è l'islam con cui ci dobbiamo confrontare?
Sono sgomento e preoccupato per il fatto che ogni volta che sulla scena internazionale si verifica un evento che viene percepito come una lesione della dignità dei musulmani o della sacralità dell'islam, alle aggressioni verbali che scaturiscono dagli elementi più oltranzisti si accodano anche coloro che consideriamo moderati. Gente che magari si è pronunciata contro il terrorismo, ma in questi casi finisce per appiattirsi sui prepotenti: evitano di pronunciarsi nel timore di essere bollati come i "traditori" di uno schieramento eterogeneo che va da Benladen fino ad Al-Arabiya. La paura li ferma, e così vengono arruolati nelle file degli anti-occidentali.
A Ratisbona il Papa ha invitato l'Occidente a riscoprire il logos, a riannodare il legame tra fede e ragione. È un invito che riguarda anche il mondo musulmano?
Certamente. Ma prima mi consenta un'osservazione di metodo. Non si dimentichi che Ratzinger stava tenendo una lezione nell'università dove ha insegnanto per tanti anni. Quello non era un incontro sul dialogo interreligioso, parlava a un pubblico di cattolici. Era pienamente legittimato a esprime opinioni che possono differire (anche ampiamente) dalle posizioni dei musulmani. Chi l'ha detto che il Papa d eve dire solo cose «gradite»? Detto questo, trovo che il richiamo al logos, all'agire secondo ragione, sia una salutare provocazione per quanti, in Occidente come nell'islam, hanno lasciato la ragione nel cassetto.
Tanti guai nascono dall'applicazione letterale dei versetti del Corano...
La necessità di coniugare fede e ragione è sostenuta per secoli da molti «liberi pensatori» musulmani, che in varie occasioni affermarono la natura «creata», non «increata» del Corano. Se il libro sacro ai musulmani è creato e quindi è successivo a Dio, questo legittima l'uso della ragione umana nell'interpretazione del Corano. Averroè ha espresso bene la necessità di introdurre il ragionamento laddove l'intepretazione letterale porta a conclusioni contrarie alla natura umana.

Ma i libri di Averroè finirono al rogo...
È vero. Però la sua eredità è rimasta, e tanti teologi e filosofi nel corso dei secoli se ne sono fatti interpreti. Il professor Abu Zeid è l'esempio di un discepolo contemporaneo di Averroè, ed è attualmente uno dei maggiori conoscitori del Corano. Anche se, dopo le accuse di apostasia ricevute in Egitto, ha dovuto andarsene in esilio in Olanda.
Una mosca bianca, dunque, e pure in esilio….
Come lui ce ne sono altri, ma vengono tenuti ai margini, messi a tacere o perseguitati. Non riescono ad avere un ruolo sociale influente. L'Occidente dovrebbe impegnarsi per farli conoscere, accreditarli come interlocutori, aiutarli ad allargare la loro influenza nelle rispettive società.
Molte critiche al Papa sono venute per i riferimenti alla guerra santa e all'uso della violenza per diffondere l'islam.
Benedetto XVI ha riproposto fatti storici. Dire che l'islam si è diffuso attraverso le guerre - prima con Maometto e poi con i califfi che gli sono succeduti - non è un'offesa: è una verità storicamente fondata. Negarlo equivarrebbe a negare che le Torri Gemelle siano state abbattute da due aerei l'11 settembre del 2003.
Come sradicare l'ideologia fondamentalista che strumentalizza la religione per giustificare i suoi obiettivi di potere? E cosa può fare l'Occidente?
Questo è un dramma tutto interno al mondo islamico, che è obnubilato dall'anti-occidentalismo e da un desiderio di rivalsa mai sazio. Ma l'Occidente potrebbe fare molto…

Cosa?
Deve ri-affermare al suo interno il primato di valori assoluti e universali, in primis la sacralità della vita e la dignità e la libertà della persona, che devono essere rispettati anche dai musulmani che vivono qui. Così facendo, tornando a essere pienamente se stesso, l'Occidente contribuisce anche alla riforma in senso modernista e liberale delle comunità musulmane che vivono in emigrazione. Non è poco, sa? Se i musulmani che vivono qui condividessero pienamente quei valori fondanti, avremmo risolto molti problemi. Una riforma in Occidente avrebbe certamente un effetto di ritorno nei Paesi di origine, ne verrebbe un contagio virtuoso su tutta la umma. Il dramma dell'Occidente è che neppure in casa sua è capace di vivere e imporre certi valori. E in più, a livello culturale e mediatico, si è affermato un atteggiamento colpevolista in base al quale qualsiasi cosa negativa si verifichi nei Paesi islamici viene fatta risalire a responsabilità europee o americane, vicine o lontane. È una specie di "meaculpismo" post-coloniale.

Siamo di fronte alla riedizione della campagna contro le vignette satiriche su Maometto?
In quel caso l'origine dell'incendio era un giornale, qui stiamo parlando del capo della Chiesa cattolica. Il rilievo è molto maggiore. E le conseguenze potrebbero essere peggiori. I predicatori d'odio continueranno a strumentalizzare questa ed altre vicende. E sa perché? Perché questa avversione all'Occidente non è di natura reattiva, per loro ogni pretesto è buono per dare nuova linfa a un'aggressività che viene da lontano. Il fatto di poter individuare come bersaglio il capo d ella Chiesa cattolica è un'occasione ghiotta: cercheranno di fare in modo che attorno alle dichiarazioni del Papa e alle richieste di scuse pubbliche si crei la più ampia coalizione possibile. In queste ore si vede che stanno cercando di coinvolgere i loro governi. E anche le comunità cristiane che vivono nei Paesi islamici potrebbero entrare nel mirino dei "duri".
Ma allora non era meglio essere più cauti, pensando a certe conseguenze? Insomma, come scrive qualche commentatore, il Papa ha esagerato?
Assolutamente no. Ha detto ciò che un papa può legittimamente e liberamente dire. E le sue argomentazioni sono presenti anche all'interno del mondo islamico, condivise da molti riformatori. E comunque ritengo che sia arrivato il momento della chiarezza. Bisogna scoprire le carte: basta con i dialoghi fatti di ambiguità e paure. Perché si cementi una base solida e costruttiva tra cristiani e musulmani, è salutare che le due parti chiariscano fino in fondo le rispettive posizioni, si confontino in tutta la loro autenticità. Se invece ci si ferma, nel timore di provocare dissapori o reazioni violente, ci rendiamo complici di un contesto in cui sempre più prevarranno i prepotenti. Ci sarà un costo da pagare? Meglio pagarlo oggi che tra dieci anni. Prima si interviene e si fa chiarezza e meglio è. Lasciare che la falsità e l'ipocrisia perdurino, accresce il potere degli estremisti.

Guardano al futuro, c'è di che essere ottimisti o pessimisti?
Realisti, si dev'essere realisti. Nell'immediato dobbiamo prepararci al peggio, prendere atto che c'è una guerra in atto, sia sul piano del terrorismo che colpisce in varie parti del mondo, sia sul piano dell'estremismo che ha messo le mani su molte moschee. Tutto ciò è parte integrante di una guerra contro l'Occidente e contro gli stessi musulmani che si oppongono alla strumentalizzazione della loro fede. Questo è il tempo della fermezza e della chiarezza per fronteggiare la minaccia che abbiamo davanti. Dobb iamo farlo insieme: cristiani, musulmani, ebrei, uomini di buona volontà. Dobbiamo costruire un'alleanza in nome della ragione e di una fede che fa riferimento a valori che sono trascendenti, assoluti e universali.

 

HA ALLONTANATO LA RAGIONE DA DIO

LA VERA CRITICA DEL PAPA È ALL'OCCIDENTE

Samir Khalil Samir

Aspettavamo il Papa, è arrivato Ratzinger. E ha tenuto la sua lectio magistralis all'università di Ratisbona, davanti ai "rappresentanti della scienza". In realtà, nel suo viaggio in Germania, ha pronunciato vari discorsi di grande spessore teologico toccando temi nevralgici: l'evoluzione, la questione operaia, la secolarizzazione, l'islam e il cristianesimo. Quello di martedì a Ratisbona era una trattazione accademica filosofico-teologica, con tanto di citazioni e parole greche, con un testo che supera il livello medio dei ricercatori. In molti casi, i media in Occidente si sono fermati alla superficie delle sue parole, interpretandolo in chiave politica di conflitto tra occidente e mondo islamico. Ancora ieri mattina il testo in francese non era disponibile, e neppure in arabo. Il mondo musulmano però, da mercoledì, ha cominciato a "bollire", eccitato da Al-Jazeera, che ne ha dato notizia in maniera strumentale e provocatoria. Lo scenario è rodato: potremmo parlare di un caso «vignette-bis», con la televisione e qualche mullah che soffiano sul fuoco, anziché aiutare l'opinione pubblica a capire di cosa realmente si tratta.
Ci si domanda: perché fare tanto chiasso, da parte dell'islam, a proposito di un discorso di 3600 parole (
3800 in italiano) che quasi nessuno ha letto integralmente? La risposta a mio avviso è: per cercare una valvola di sfogo ai problemi politici ed economici - e quale migliore alibi che "l'oppio dei popoli"! - e per alimentare una nuova polemica con l'Occidente, rafforzando artificialmente il vittimismo, ma ottenendo un risultato esattamente opposto: ossia di confermare davanti al mondo che con "loro" non si può dialogare!
Ma cosa ha detto il Papa sull'islam? Ha ricordato un solo versetto coranico, quello più citato dai musulmani in Occidente: «Nessuna costrizione nelle cose di fede», per dire che lo spirito autentico del Corano è la libertà di coscienza. Ha aggiunto che, secondo gli esperti, esso risale al periodo in cui Maometto era ancora senza potere e minacciato; affermazione in perfetta conformità con la tradizione musulmana, che classifica quella sura come la prima proclamata subito dopo la sua fuga dalla Mecca.
Allora, perché queste reazioni da parte di tanti musulmani? Il brano sull'islam occupa il 10% circa della lezione (373 parole su 3565 nell'originale tedesco). E in questo piccolo spazio, viene citato un brano del futuro imperatore Manuele II Paleologo, là dove critica i musulmani per il ricorso alla violenza nel convertire gli altri, dicendo che "la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima". È questa frase di Manuele che aveva colpito il Papa in rapporto all'argomento che egli voleva trattare nel suo discorso. Tant'è che diventa il leit-motiv dell'intervento, lo ripete 5 volte: "Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio". È partito da questo brano per poi approfondire il discorso: critica l'uso della violenza per scopi religiosi, come farebbe ogni intellettuale musulmano consapevole e responsabile.
La vera critica del Papa infatti è indirizzata all'Occidente, che ha allontanato la ragione da Dio. È questo il falso illuminismo opposto a quello autentico. Ora, anche qui il Papa appare in sintonia con la tradizione musulmana, quando critica un certo razionalismo ateo o laicista diffuso in Occidente. «Questo tentativo di critica della ragione moderna dal suo interno - dice in conclusione - non include assolutamente l'opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell'illuminismo, rigettando le convinzioni dell'età moderna (...) Si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa». Qui sta la grandezza del teologo umanista che è Benedetto XVI. La parola chiave, che torna 46 volte in questa lezione, è "ragione", perché il traguardo è una fede in armonia con essa. «Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle relig ioni, un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno», è la magistrale e inequivoca conclusione.
Questo testo è uno dei più belli mai scritti sul dialogo integrale tra cristiani, credenti (ebrei e musulmani) e agnostici, perché fondato sulla ragione universale e animato da un vero umanesimo.




permalink | inviato da il 16/9/2006 alle 17:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 settembre 2006


Chi critica il Pontefice non ha letto il suo testo»
di Andrea Tornielli

«Il messaggio era molto semplice: la violenza è contraria alla ragione»

Andrea Tornielli

da Roma


«Com’era accaduto per le famose vignette su Maometto, c’è qualcuno che cerca di provocare delle reazioni e di aizzare le piazze. La maggior parte degli esponenti musulmani che hanno criticato Benedetto XVI non hanno letto il testo del Papa ma soltanto qualche lancio delle agenzie di informazione». Padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, docente di storia e cultura araba e di islamologia all’università Saint-Joseph di Beirut, uno dei massimi esperti cattolici dell’islam, è addolorato per le critiche piovute su Ratzinger dopo il discorso tenuto all’università di Ratisbona. Il sacerdote è uno degli esperti che il pontefice ha consultato nelle giornate di studio dedicate all’islam che si sono svolte a porte chiuse a Castelgandolfo nel settembre 2005.
Crede che ci sia chi vuole soffiare sul fuoco delle polemiche?
«Molti esponenti islamici hanno reagito senza conoscere il testo, ma solo qualche frase estrapolata e rilanciata dalle agenzie di stampa internazionali».
Come giudica lei il discorso del pontefice?
«Era la lezione di un teologo, andava letta e riletta. Era una prolusione accademica, fatta alla presenza dei rappresentanti della scienza, in modo tipicamente tedesco, con abbondanti citazioni e critica dei testi. Ed è stato invece rilanciato a mo’ di slogan in tutto il mondo: era evidente che così si sarebbe provocata la reazione di chi non aveva letto il testo integrale. Ho contato le parole del discorso in tedesco: 3.565 in tutto e di queste appena 373, vale a dire soltanto il dieci per cento, erano dedicate all’Islam. Dunque non era un discorso sull’Islam, ma su fede, ragione e università».
Qual era il messaggio che il Papa voleva mandare?
«Voleva parlare all’Occidente per affermare che quello del rapporto tra fede e ragione è un problema fondamentale, e criticare una certa concezione riduttiva della ragione fatta nell’epoca moderna. Così è partito da un libro letto di recente e dall’episodio del dialogo tra Manuele II Paleologo con il dotto persiano, citando due concetti: la violenza è irragionevole e l’irrazionalità è contraria alla natura di Dio e dell’uomo… ».
È però innegabile che abbia parlato dell’Islam criticando l’uso della violenza…
«Il Papa ha detto che la violenza è contraria alla ragione, e questo riguarda una certa concezione musulmana che usa la violenza per difendere Dio. Benedetto XVI propone una via umanistica all’Occidente secolarizzato, invitandolo a non relegare la dimensione religiosa nell’ambito soggettivo, e parla al tempo stesso al mondo musulmano dicendogli che non si può usare la religione per giustificare odio, terrorismo e violenza. Così facendo, il Papa propone un vero dialogo universale. Lo propone a tutti: agli agnostici e agli scettici, agli ebrei e ai musulmani, ai cristiani secolarizzati. Propone un illuminismo autentico che includa la dimensione spirituale».
Non crede che sarebbe stato opportuno, per evitare fraintendimenti e reazioni, non fare la citazione riguardante Maometto?
«Se si fosse trattato di un’omelia o di un’enciclica, sì. Ma qui si trattava di un discorso accademico, con citazioni e commenti. Per capire l’autentico spirito di Benedetto XVI basta ricordare che in quel testo Ratzinger ha citato soltanto una sura del Corano, quella sempre ricordata dal mondo musulmano e che si esprime in favore della libertà di coscienza. Non ha invece citato altri versetti coranici che invece giustificano la violenza. In ogni caso il dialogo non si fa nascondendo la verità, ma dicendola».
Che cosa bisogna fare per dialogare con l’Islam?
«Bisogna riconoscere che nel Corano c’è un’apertura alla tolleranza, ma anche un’istigazione alla violenza. Bisogna riconoscere che il terrorismo non nasce soltanto da motivazioni sociopolitiche ma anche da un’interpretazione di passi innegabilmente violenti del testo coranico. La soluzione è quella suggerita dal Papa, l’uso della ragione».




permalink | inviato da il 16/9/2006 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 settembre 2006


Viste le enormi VACCATE che in questi giorni vengono dette non solo nel mondo islamico ma anche, soprattutto, in quello Occidentale, mi permetto di offrire in forma INTEGRALE il discorso di Sua Santità a Ratisbona. Qualsiasi cosa, estrapolata dal suo contesto, può essere interpretata come meglio si preferisce, e le parole del papa, senza dubbio, sono state in questi giorni strumentalizzate dai più disparati pincopallino che neanche si sono degnati, molto probabilemnte, di capire le veri intenzioni di Benedetto XVI. La lettura è lunga, è vero, ma non fate anceh voi come i soliti IDIOTI che saltano a piè pari tutti e danno giudizi basati solo sui propri PREgiudizi.


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Aula Magna dell’Università di Regensburg
Martedì,
12 settembre 2006


Fede, ragione e università.
Ricordi e riflessioni.


Eminenze, Magnificenze, Eccellenze,
Illustri Signori, gentili Signore!

È per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano.  Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (d???e??? – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihad, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco che ci stupisce, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „s?`? ????”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.

A questo puntosi apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il ?????". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „s?`? ????”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.

In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo "Io sono", il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.

Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei suoi successivi sviluppi, portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazm e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui – come dice il Concilio Lateranense IV nel 1215 –certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore, come dice Paolo, "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-Logos, per cui il  ?at?e?a“ – un culto checulto cristiano è, come dice ancora Paolo „?????? concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).

Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente  purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.

La deellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.

La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento e non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di deellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di Harnack è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento, nella sua visione, sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico.

Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.

Tornerò ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.

Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno". L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.

 

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

 





permalink | inviato da il 16/9/2006 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 settembre 2006

Ciao Oriana...

Mi dicono che sono nato troppo tardi per conoscere Oriana Fallaci fino in fondo. Non ho visto, non ho letto, non ho sentito le sue parole dal Vietnam, dal Messico, dal Libano...




Eppure quel che ho conosciuto di Oriana mi è bastato.




Nei momenti più critici della nostra storia recente è forse stata l'unica ad avere il coraggio di dire le cose come stavano, senza ipocrisia, senza timore. Amava la verità, la libertà, la vita e per queste ha lottato ogni giorno, fino a ieri...




Mi mancherai Oriana...

Lorenzo




permalink | inviato da il 16/9/2006 alle 12:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 settembre 2006


Cari genitori,

all’inizio del nuovo anno scolastico e del mio mandato ministeriale, desidero rivolgermi a voi per condividere le vostre emozioni e le vostre aspettative nei confronti della scuola come luogo di crescita e di formazione.

In qualità di Ministro e di genitore vi assicuro che il benessere dei nostri ragazzi ed il loro futuro mi stanno molto a cuore e che con il massimo impegno sto utilizzando ogni risorsa ed ogni competenza

disponibile affinché la scuola sia messa in grado di assolvere nel miglior modo possibile il suo compito insostituibile e fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese.

Voglio dirvi che mi adopererò perché i nostri figli, i nostri ragazzi , trovino risposte adeguate ai loro bisogni formativi, ai loro interessi, allo sviluppo delle loro attitudini e della loro personalità. Mi impegnerò per una scuola che sia democratica e competente, che aiuti gli studenti meno fortunati a superare le difficoltà legate al disagio familiare, alle nuove povertà economiche e culturali, alle minori opportunità, che offra loro particolari attenzioni affinché acquisiscano competenze aggiornate ed adeguate al mondo di oggi e di domani; ma anche per una scuola capace di orientare e di valorizzare le doti individuali curando l’eccellenza e spingendo i giovani a dare il meglio di

sé, una scuola insomma di tutti e di ciascuno.

Con il Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori, un organismo che intendo valorizzare con convinzione, stiamo elaborando diverse iniziative che vedano le famiglie protagoniste di percorsi progettuali innovativi all’interno della scuola dell’autonomia anche attraverso la realizzazione sul territorio di reti fra le diverse forme di rappresentanza dei genitori.

Il dieci ottobre durante la quinta giornata europea dei Genitori e della Scuola, presenterò il progetto “Teleduchiamoci” realizzato in collaborazione con il Ministero della Comunicazione al fine di promuovere il Codice di regolamentazione “Tv e Minori” e il programma nazionale di “ Istruzione continua per la famiglia” a cui ho destinato già risorse specifiche. Questo progetto, che prevede percorsi di formazione continua a supporto del ruolo genitoriale nei diversi contesti territoriali, ha come obiettivo principale quello di agevolare la famiglia nell’opera di educazione globale

dei figli e vede parimenti coinvolti i genitori e i figli come protagonisti attivi di percorsi paralleli e convergenti al fine di poter costruire interventi efficaci di prevenzione del disagio psico-sociale e di integrazione interculturale. (www.istruzione.it - area genitori)

Perché tutto questo avvenga ritengo che sia indispensabile la vostra collaborazione: è indispensabile che i genitori condividano con il sistema scuola l’assoluta necessità per i propri figli di conseguire un

adeguato livello d’istruzione per poter vivere da cittadini consapevoli e socialmente integrati nella società.

Infine, permettetemi di chiedere il vostro aiuto di educatori nel rafforzare nei nostri ragazzi la fiducia in se stessi e nelle istituzioni. La famiglia svolge un ruolo fondamentale nell’insegnare loro i grandi

sentimenti, nell’aiutarli a stendere lo sguardo su ampi orizzonti, ad accorgersi dell’altro che esiste accanto a loro, sia esso un genitore, un amico, un estraneo; nell’insegnare la solidarietà e il rispetto delle regole come tessuto indispensabile al vivere civile. I nostri giovani hanno un cuore generoso: aiutiamoli ad esprimerlo.

Conto sulla vostra collaborazione, sulla fiducia che vorrete accordare ai docenti, sull’attenzione e sul conforto con cui sosterrete i nostri figli durante il percorso scolastico, sui suggerimenti che vorrete rivolgermi. Soprattutto vi sono grato di lavorare con me, con i dirigenti scolastici, i docenti e il personale non docente, attraverso la partecipazione attiva alla vita della comunità scolastica, per i nostri giovani che sono quanto di più prezioso ci è stato affidato.

Lavoriamo insieme per il futuro…perché “nessuno cresce se non è sognato”.

Auguro a voi tutti un sereno anno scolastico.

Roma, 6 settembre 2006

Giuseppe Fioroni

 

Di fronte a questa lettera mi si è gelato il sangue nelle vene. Allora, umilmente, l’ho riletta una seconda, una terza, addirittura una quarta volta, nel caso non avessi afferrato bene tutte le parole e il significato di ogni singola frase. L’effetto, sfortunatamente, è stato sempre uguale alla prima, alla seconda, alla terza e alla quarta lettura. Sgomento.

Ma vi rendete conto di quello che viene detto in queste poche righe?! Si potrebbe discutere su tutto, dalla prima all’ultima parola, ma vorrei soffermarmi principalmente su di un punto fondamentale: il completo ribaltamento del rapporto scuola-genitori. Ora, io sono cresciuto imparando che mamma è papà sono quelli da seguire, sono quelli che, assieme ai “più grandi” che ho incontrato nel corso della vita, mi davano e mi danno gli indirizzi, i consigli, “le dritte” sulla vita. Sono quelli che, in parole povere, mi hanno educato e mi educano tutt’ora e senza cui oggi non sarei la persona che sono.

Ma visto che mamma è papà non sempre potevano essere presenti nella mia esistenza hanno anche pensato a come, per quanto possibile, non farmi “andare a male” il cervello, scegliendo per me luoghi educativi adeguati. Ognuno può pensarla come vuole, ma io grazie a quei luoghi, a quelle scuole, cattoliche, private e paritarie, sono cresciuto in modo “normale”, trovando la felicità non in idee o in sogni futuri, ma nelle cose concrete di tutti i giorni. Il sig. Fioroni invece mi sconvolge tutto.

Non sia mai che i genitori decidano dell’educazione dei propri figli, li preparino alla vita come meglio credono e poi, se lo ritengono necessario, li mandino in luoghi che possano portare avanti quel percorso educativo. Adesso è la scuola che non solo impartisce l’educazione che meglio crede, ma pretende addirittura che i genitori debbano essere educati dalla stessa scuola al loro ruolo!

“Quello che pensi te, genitore, non va bene! Ci pensiamo noi! Non solo ti educhiamo noi i figli, ma ti spieghiamo addirittura che cosa fare con loro a casa! Ti spieghiamo come non rovinarli, perché la scuola li partorisce già belli e perfetti!”. Io davanti a questa cosa veramente non ci sto. Non solo sputi sul ruolo del genitore, trattato come un minus sapiens che neanche sa tirar su il proprio figlio, ma eleggi la scuola a ente educativo cardine da cui tutti dovrebbero prendere esempio.


Tutto questo, a mio parere, nasce da una cosa molto semplice quanto scontata: paura. Paura che una certa educazione possa essere di un’altra, che un bambino, che poi sarà uomo, possa essere più felice di un altro, che un percorso educativo basato sulla vita e le cose concrete, e non su nozionismo e fantasie, possa rivelarsi più valido di un altro. Quindi, visti questi timori, è meglio piallare tutto, nel tremendo dubbio che nella nostra società qualcuno sia migliore di un altro, che un certo tipo di educazione si riveli molto migliore delle altre. Meglio essere tutti uguali, socialmente validi e tolleranti di tutto e tutti, relativisti,  piuttosto che felici e aperti all’altro perché lo si vuole, non perché te lo impongono. Io non ci sto.

E voi?


Lorenzo Bandera




permalink | inviato da il 13/9/2006 alle 11:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 settembre 2006


Da Avvenire
LA LIBERTÀ CONTRO IL CINISMO
Davide Rondoni

C'è lui che va avanti, pensa, propone. Con speranza, ma senza negare i problemi evidenti. E ci son loro, i rimestatori. Coloro che, incuranti dei mutamenti dei tempi, continuano a rimestare - magari in buona fede - vecchi argomenti. Lui è anziano, ma appare audace, atletico nell'interpretazione dei tempi e delle urgenze per tutti. Loro, i rimestatori, appaiono appesantiti e noiosi. Ma dovremo abituarci. O meglio: non abituarci. Alle sorprese di questo Papa. E alla noia dei suoi detrattori. Che non potendo opporre ragionamenti credibili, provvedono a sviarlo. A scrivere sui loro giornali cose che il Papa non ha detto. A commentare il Papa che vorrebbero che lui fosse. E che invece non è. Perché lui è più avanti. Tenace, paziente. Indifeso, propositivo. Dovremo allenarci ad ascoltare la sua fede semplice, ma non ingenua. Che nutre una intelligenza ben più attiva e vivace di quanti invece spesso ne commentano gli interventi.
L'altro giorno durante la Messa celebrata a Monaco ha ripetuto alcuni dei concetti già rilanciati nella seguitissima intervista concessa alle tv tedesche in agosto. Siamo diventati sordi a Dio, ha detto, non ne vediamo più i segni nella realtà. E questo sta spegnendo i nostri sensi interiori, e la nostra ragione. E sta riducendo l'uomo occidentale a un uomo a due dimensioni. Capace di grandi performance tecniche ma afflitto da nanismo nell'anima. Non è forse vero? Basta guardarsi attorno. Guardarsi dentro. E ha aggiunto che le popolazioni dell'Africa e dell'Asia che vengono in contatto con la civiltà occidentale e le sue abilità restano stupite e sentono come estraneità nemica tale negazione di Dio dalla vita. «La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto dell a libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca. Cari amici - continuava il Papa - questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo. La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio - il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra. Questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio».
La storia ci insegna che veri fedeli di grandi religioni diverse hanno più convissuto che combattuto. Quando il potere e i soldi han contato più del timor di Dio allora sono scoppiate le guerre. Ma subito i rimestatori sui loro potenti media hanno voluto far di queste parole sacrosante e chiare la oscura traccia di un Papa che vuol cancellare le libertà moderne. Che vuole strane alleanze tra un Occidente in preda all'oscurantismo cristiano e il fanatismo islamico. E altre baggianate del genere.
Il discorso di Papa Benedetto è stato chiaro, appassionato e quieto, lo può leggere e capire chiunque (è pubblicato a pagina 4). I rimestatori si agitano sui loro scranni. Il motivo è semplice: il parlar di Dio del Papa è pieno di rispetto per la libertà e per la ragione. Per questo vanno in fibrillazione. La proposta di fede e il richiamo sociale del Papa è segnato da un grande amore per la razionalità e per una ampia, ricca idea di libertà. Insomma, sta togliendo loro la terra sotto i piedi. Hanno costruito questo nostro mondo e le loro cattedre professandosi sacerdoti della vera ragione e della vera libertà. Hanno furbescamente e falsamente imputato alla Chiesa ogni genere di oscurantismo. E ora si trovano un Papa che sta smontando la ristrettezza delle loro tesi e la presunzione della loro "illuminazio ne". E che legge le tensioni del mondo moderno meglio di loro. Rivolti all'indietro non capiscono, o fan finta di non capire.




permalink | inviato da il 13/9/2006 alle 10:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 settembre 2006


Dal Corriere della Sera
Divisioni e incoerenza sulle missioni estere

L’AUTOBUS DELL’ONU
 di ANGELO PANEBIANCO

Nel quinto anniversario dell'11 settembre il bilancio della guerra al terrorismo islamico non è positivo. Come ha scritto Alberto Ronchey, è una pandemia che non si sa come fronteggiare. La debolezza maggiore dipende dalle divisioni che attraversano l'Occidente: guardato dal punto di vista dei combattenti della guerra santa un nemico diviso è un nemico debole, più facile da colpire o da intimidire. Le divisioni hanno provocato il logoramento dei rapporti fra Stati Uniti e Europa. Non dipendono da normali bisticci fra alleati sul modo di condurre una guerra. Sono il frutto della difficoltà di accordarsi sulla identità e la natura del nemico.

La parte di islam che ha dichiarato guerra all'Occidente e usa ogni risorsa disponibile (dall'indottrinamento in moschea al terrorismo kamikaze e al ricatto petrolifero) è un'idra dalle cento teste, un nemico sfuggente. La difficoltà di ricostruirne la fisionomia è tale che molti osservatori arrivano a negare la sua esistenza. Più facile, e più rassicurante, è attribuire a cause locali, oltre che ad errori degli Stati Uniti, i molti conflitti in corso. Ma cause locali erano presenti anche nei conflitti dell'epoca della guerra fredda, senza che venissero meno le connessioni con il più generale confronto fra Occidente e Oriente comunista. Le divisioni, alimentate dal carattere sfuggente e proteiforme del nemico, attraversano tutti i Paesi occidentali. Per ragioni legate alla nostra storia, per esempio alla difficoltà che da sempre incontra l'idea di una conduzione bipartisan della politica estera, da noi le divisioni possono diventare incontrollabili. Si guardi a come affrontiamo le missioni militari più delicate.

Il ritiro dall'Iraq ha lasciato dietro di sé molto veleno. Per la nuova maggioranza siamo usciti da una guerra sbagliata in cui non saremmo mai dovuti entrare. Per la vecchia maggioranza, ora opposizione, invece, abbiamo concluso in malo modo, fuggendo, una missione di pace condotta sotto l'egida dell'Onu.
Oppure si guardi al caso del Libano. E' di due giorni fa la notizia secondo cui il leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, si riserva di decidere se votare o meno a favore della missione poiché teme che essa non abbia come finalità il disarmo di Hezbollah e sospetta che il governo la usi per rinsaldare i legami con Siria e Iran. Per inciso, Berlusconi commetterebbe un grave errore se davvero votasse contro una missione gradita, al momento, anche agli israeliani. Dovrebbe votare sì, riservandosi il diritto di attaccare il governo se la partecipazione italiana si rivelasse in seguito finalizzata ad altro che alla sicurezza di Israele.

Infine, si consideri il caso dell'Afghanistan ove occorrerebbero molti più soldati per vincere la guerra. La sinistra massimalista minaccia di non votare nemmeno il prossimo rifinanziamento della missione. Così come è pronta, nella questione del contenzioso con l'Iran sull'energia atomica, a scendere - lo dice Oliviero Diliberto - dall'autobus dell'Onu, a prendere le distanze persino da quella visione o ideologia «onusiana» (per la quale l'Onu è la suprema autorità internazionale) che informa il programma del governo Prodi.
Le polemiche sull'Afghanistan, come le incertezze di fronte all'Iran o a Hezbollah, smentiscono chi nega l'esistenza in Italia di correnti tese all’appeasement , a venire a patti con l'islamismo radicale. Quelle correnti ci sono e sono forti. La sinistra massimalista ne è solo la componente più visibile




permalink | inviato da il 11/9/2006 alle 10:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


8 settembre 2006


da Il Giornale
Conversione sulla via di Beirut

Marcello Pera

Qualche giorno fa, un alleato democristiano di Forza Italia ha dichiarato che non intende «morire berlusconiano». Ora, a parte che non c’è alcuna ragione per morire, perché la vita è bella anche per i democristiani, vorrei qui sostenere che la vita è, o dovrebbe essere, ancora più bella per i berlusconiani, almeno per un aspetto. Riguarda la politica estera e ciò che è ad essa associato. Più precisamente, riguarda il nostro atteggiamento verso la politica estera dell’attuale governo. Lo stesso alleato democristiano ha detto che voterà «a prescindere». Interpretato nobilmente e non alla maniera di Totò, immagino volesse dire che, siccome militari italiani sono partiti per il Libano, è bene che abbiano anche il nostro sostegno. Giusto, quando si muovono i soldati italiani, è bene che tutta l’Italia sia con loro. Ma la domanda è: perché partono i soldati italiani?

La prima risposta è: partono perché lo chiede l’Onu. Questa risposta è sbagliata, perché la maggioranza che sostiene il governo si riserva, di volta in volta, di valutare se ciò che chiede l’Onu sia giusto o no. E del resto così fanno tutti i governi, anche in Europa, anche in questa circostanza. L’Unione Europea è oggi composta di venticinque Paesi, ma non tutti hanno inviato truppe. Quando l’Onu, con tanto di risoluzione del Consiglio di sicurezza, chiese alla comunità internazionale di intervenire per ricostruire l’Irak, l’attuale maggioranza, allora opposizione, disse no perché lì c’era stata una guerra sbagliata, ingiusta, aggressiva. Non è vero dunque che se l’Onu chiama l’Italia deve sempre rispondere. Qualche volta alcuni lo fanno, qualche volta non lo fanno.
Proviamo allora con un’altra risposta: l’Italia invia truppe in Libano perché si tratta di una missione di pace. Anche questa però è una risposta sbagliata. Riguardo alla pace, questa missione è peggio di quella in Irak e assai peggio di quella in Afghanistan. Peggio di quella in Irak, perché lì la guerra era ufficialmente finita e si trattava di aiutare un Paese nel suo passaggio alla democrazia, ciò che può effettivamente essere definito «missione di pace», sia pure in un teatro ancora fumante di guerra. E di gran lunga peggio di quella in Afghanistan, perché lì, a dirci la verità, si trattava di sconfiggere i talebani, ciò che non è propriamente un’azione di pace, ma di guerra o al più, se vogliamo essere gentili per non disturbare i sonni dell’art. 11 della Costituzione e dei suoi custodi, un’azione di polizia militare internazionale. La missione in Libano assomiglia più a quella in Afghanistan che a quella in Irak. Con una piccola differenza: che non si può affermare che Karzai sta a Siniora come i talebani stanno agli israeliani. Si può affermare che l’Afghanistan sta al Libano come i talebani stanno agli hezbollah. Ma, ufficialmente, noi non siamo in Libano per combattere o disarmare Hezbollah, che, come ha detto il nostro ministro degli Esteri, è «uno dei partiti più importanti, mica un gruppo di terroristi». Dunque, noi non siamo in Libano per una missione di pace.

Ci resta un’altra risposta. Noi abbiamo inviato truppe in Libano perché provvedano alla sua ricostruzione. Ahimé, risposta sbagliata anche questa. Perché, sempre ufficialmente, quella di Unifil 2, come quella di Unifil 1, è una forza di «interposizione». Serve per tenere separati due belligeranti, per mantenere una tregua con la speranza che si trasformi in una pace durevole, e per evitare che invece si trasformi in un’altra, più ampia e cruenta, guerra.
E allora perché siamo andati in Libano? Prima di guardare all’Italia, occorre dare uno sguardo a ciò che accade sulla scena internazionale, in particolare americana.
Da qualche tempo, la politica americana sta cambiando. Sta diventando più «multipolare». In realtà, multipolare lo è sempre stata, perché non c’è missione internazionale passata dall’Onu senza il sostegno americano. Anche la spedizione della «coalizione dei volenterosi» in Irak passò dalle Nazioni Unite. E la stessa «guerra preventiva» dell’America in Irak fu, in realtà, una guerra successiva a più di dieci inutili riunioni del Consiglio di sicurezza. È vero tuttavia che oggi l’America chiede maggiore coinvolgimento internazionale, in particolare dell’Europa. Agli occhi del Segretario di Stato americano, la «vecchia Europa» di Rumsfeld sembra tornata ad essere la buona Europa di Colin Powell.

Registriamo il fatto, non diamone spiegazioni e speriamo che Iddio ce la mandi buona. Ma, passando in Italia, soprattutto registriamo il fatto che il caso ha voluto che questo cambiamento di indirizzo americano abbia coinciso con la vittoria della sinistra in Italia. «Post hoc ergo propter hoc» in politica non è una fallacia. Con senso del tempismo e dell’opportunità, il governo ha perciò cercato di farsi merito di questo cambiamento, di averlo indotto o agevolato. È così che il nostro ministro degli Esteri si è messo a dare lezioni all’America, a criticare aspramente Israele, e ad abbracciare Hezbollah.
«Hand in hand» con Nasrallah e «cheek to cheek» con Condy, «diciamo».
Qual è l’effetto? È esattamente quello perseguito. L’effetto è che la spedizione in Libano è diventata una marcia di Assisi, con i pacifisti che si sono trasformati in militaristi. Sembrerebbe una trasformazione, quasi una conversione, miracolosa, con quelli che prima dicevano che Bush e Sharon hanno le mani lorde di sangue e ora marciano con il Segretario di Bush e il successore di Sharon. Sembrerebbe, ma non lo è.

Perché con l’interpretazione politica antiisraeliana e antiamericana che il ministro degli Esteri ne ha dato, la spedizione in Libano ha connotazioni sbagliate e potrà avere conseguenze catastrofiche. Quella spedizione è servita per accorpare la sinistra radicale all’insegna di multipolarismo, europeismo, antiamericanismo, antiisraelismo, onusismo, pacifismo. La sinistra radicale oggi marcia soddisfatta in Libano perché gli è stato fatto capire a tutte lettere che l’ostacolo alla pace è Israele, che Hezbollah è un partito democraticamente eletto, e che bisogna dialogare con i «resistenti» di Hezbollah e Hamas, domani con i negazionisti dell’Iran.
Fino a quando marcerà questa sinistra e questo governo? Marcerà fino al giorno dell’incidente, magari deliberatamente provocato dall’Iran che arma Hezbollah. E che farà quel giorno, quando noi saremo presi lì come ostaggi? Sparerà contro Israele, come, rifiutando l’invio di truppe, la cancelliera Merkel ha congiurato persino col pensiero? No, quel giorno la sinistra radicale griderà contro Israele, sosterrà, «diciamo», che è il solito esagerato e pretenderà il dietro-front. Compatti e uniti in marcia contro Israele e l’America prima, compatti e uniti in marcia contro Israele e l’America dopo.

Dobbiamo ammetterlo, il ministro degli Esteri ha fatto un capolavoro di politica interna. Se gli va bene, avrà vinto; se gli va male, come già sospetta che vada, avrà vinto ugualmente. Le ministre degli Esteri americana e israeliana forse fanno calcoli ottimistici o forse hanno delle riserve mentali, ma è impossibile che non siano informate dai loro ambasciatori e consiglieri. Decideranno loro.

Resta il nostro problema. Il ministro degli Esteri ha detto che un conto è la solidarietà ai militari che furono spediti in Irak, un altro conto è il sostegno alla politica estera del governo Berlusconi. Tutto il centrodestra condivide questa massima? Perché, se sì, allora, prima del voto «a prescindere», c’è da rifletterci sopra. Stare dalla parte dell’America e di Israele e marciare contro l’America e Israele resta un paradosso




permalink | inviato da il 8/9/2006 alle 10:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 settembre 2006


Il record del governo Prodi: una nomina al giorno
di Redazione

da Roma

Il manuale Cencelli della prima Repubblica è tornato di gran moda con il governo dell’Unione. In poco più di cento giorni di governo la maggioranza ha espugnato il Palazzo d’Inverno posizionando i propri uomini al vertice di tutti i principali enti pubblici. Certo, la ciambella non è proprio riuscita con il buco perché Ds, Margherita, prodiani e «cespugli» vari avrebbero voluto qualcosa in più. Ma d’altronde sono state fatte solo 120 nomine in 112 giorni di vita del governo, con il tempo i malumori potranno essere dissipati con qualche poltrona.
La prima casella occupata è stata la direzione generale della Rai con l’ex Iri Claudio Cappon, nominato grazie all’intesa tra Quercia e Dl che ha tagliato fuori il candidato del premier Antonello Perricone, poi ripescato come nuovo amministratore delegato di RcsMediaGroup. In seconda battuta è toccato all’Anas dove l’ex presidente Vincenzo Pozzi e l’intero Cda sono stati defenestrati con l’accusa di cattiva gestione per far posto al prodiano Pietro Ciucci e, tra l’altro, a due stretti collaboratori del ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Sempre dalla scuola Iri è stato pescato il nuovo amministratore delegato di Patrimonio dello Stato spa, Pierpaolo Dominedò, vicino agli ambienti del Botteghino.
I Dl hanno recuperato quanto spetterebbe loro per bacino elettorale solo grazie al vicepremier, ministro dei Beni Culturali e leader della Margherita Francesco Rutelli. A Cinecittà Holding il presidente Fuscagni e l’ad Condemi hanno dovuto fare posto al duo rutelliano Battisti-Carducci. Ai Ds sono andati l’Istituto Luce e FilmItalia con Stefano Passigli e Irene Bignardi. Rutelli ha poi trovato il tempo di rinnovare i consigli delle Fondazioni lirico-sinfoniche trovando spazio anche per la nota Gigliola Cinquetti. Lo spoil system non ha risparmiato la ricerca scientifica. Per volere del ministro Turco, attenta alle quote rosa, il direttore dell’Istituto Regina Elena, l’illustre oncologo Francesco Cognetti, è stato sostituito con la meno nota Paola Muti.
Più difficoltà sta invece incontrando il ministro dell’Università, Fabio Mussi, per la sostituzione dei vertici del Cnr e dell’Agenzia spaziale italiana. Ma è solo questione di tempo e tutto si appianerà. Le casematte del potere economico-finanziario ancora inespugnate come Poste Italiane, Alitalia, Eni ed Enel dovranno necessariamente capitolare.

Torno così di botto perchè stamattina proprio non ce l'ho fatta a far finta di niente! Ma dico io, come cavolo si fa a gestire un Paese dando i posti di gestione delle infrastrutture "all'amico di", "il tirapiedi di", il leccac**o di"????
io non mi ricordo come era andata col governo Berlusconi, probabilmente allo stesso modo, ma mi girano comunque a mille nel vedere come vengano silurati le persone. Dicessero almeno le cose come stanno... "dobbiamo mettere il mio amichetto al tuo posto perchè sennò mi cade il governo quindi... beh... te ne puoi andare?"
Invece no. "La gestione fa schifo, il servizio è scadente, rinnovare fa bene... ergo... vattene!"
E a noi? A noi chi ci pensa? Di questo passo la Rai farà sempre più schifo, invece che ritrovarci con "le grandi opere" iniziate dallo scorso governo, dovremo preoccuparci di evitare le buche autostradali che si "dimenticherà" di chiudere l'Anas, e non mi metto a parlare di Alitalia o Enel...

Insomma, qui a nessuno gliene frega niente di noi. Almeno "gli altri" facevano finta di starci dietro, questi invece se ne sbattono altamente e lo fanno vedere" Gli basta il potere, poi dei "poveri" ( "coglioni"?) che li hanno votati, beh... pace!

Con l'augurio che il signor Prodi  torni a Bologna il più presto possibile
Vado a Milano in Università (davvero!)

Bande

PS- visto che sono tornato Vinicio? Tieni duro! Ciaaaao!




permalink | inviato da il 7/9/2006 alle 9:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 agosto 2006


Volevo ringraziare tutti coloro che nonostante le mie settimane di assenza hanno continuato a visitare il blog! Sfortunatamente, anzi, fortunatamente, dopodomani riparto, destinazione Polonia, per la precisone Czestochowa, dove mi attende un lungo pellegrinaggio di ringraziamento!

Spero cmq di inserire qualcosa di interessante oggi o domani, in qualsiasi caso buone vacanze e ci si vede al meeting (chi non sa cosa sia il meeting lo può vedere nel link qui a fianco!!!)

Un abbraccio!

Bande




permalink | inviato da il 1/8/2006 alle 14:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 luglio 2006


Feltri, gelo con Farina. Ferrara: lo assumo io

ROMA - «Non ha ucciso nessuno. Ma, se vogliamo riferirci alla deontologia professionale, da quanto emerge ha sbagliato». Così, solo poche ore fa, sentenziava lapidario il direttore responsabile di Libero , Alessandro Sallusti. E dagli schermi della tv Vittorio Feltri, che di Libero è il fondatore e l’anima, rincarava la dose: «Se qualcuno all’interno del gruppo ha sbagliato, se ne trarranno le conseguenze». Insomma, per Renato Farina, vicedirettore del quotidiano, sembra tirare una brutta aria, al momento. Ma se proprio dovesse andargli male, deve sapere che comunque un posto di lavoro ce l’ha già, pronto: «Io lo assumerei immediatamente, se lo licenziassero», dice Giuliano Ferrara. Perché, spiega il direttore de Il Foglio , Farina «sta dalla parte giusta». Secondo Ferrara «in questa vicenda, che Giuliano Amato giustamente non sa se definire un sequestro di persona aggravato o un’operazione di polizia internazionale, ci sono due partiti: uno quello di due giornalisti perbene, che esercitano al massimo la loro funzione deontologica e rivelano un caso di illegalità legato ai servizi segreti. I quali naturalmente nell’illegalità devono sguazzare, perché sono fatti apposta. Dunque, da una parte ci sono questi due bravi giornalisti (e lo dico con un’inflessione ironica molto lieve), che fanno la spola con l’ufficio del dottor Spataro, della Procura di Milano, che evidentemente gli fornisce delle informazioni, anche riservate. Il loro fondamentale supporto è una Procura che rilascia generalmente sospetti di terrorismo o anche persone riconosciute come reclutatori di terroristi. Questo è un partito. E se di fronte a questo partito, dall’altra parte Farina ha collaborato con il Sismi per operazioni coperte, intese a condurre quella che io considero la quarta guerra mondiale contro la guerra santa islamista, qualunque pasticcio abbia fatto si è comportato bene, a mio giudizio». Ferrara non crede nemmeno un poco all’imparzialità del giornalista. «Un lettore che pensa di poter leggere sui giornali una verità assoluta, è un cretino». E prendere i soldi da un servizio segreto? Non è fuori dall’etica professionale? «Secondo me no. Io non credo nel giornalismo, credo nella politica, nella dimensione civile del giornalismo. Certo, poi c’è modo e modo di fare le cose. Si può essere chiari o pasticciati, anche nello sfumare fra legale e illegale, fra deontologico o non deontologico. Ma in una guerra il punto fondamentale è da che parte stai. E Farina sta dalla parte giusta. Quanto ai soldi, se uno fa due lavori deve avere due stipendi...».
Dunque, ribadisce Ferrara, «Farina lo assumerei, immediatamente. Perché ci sono due modi di concepire il presente: uno è battersi e l’altro è arrendersi. Ma se un giornalista partecipa a un’operazione coperta per salvare Giuliana Sgrena, va bene o non va bene? Se lo fa per salvare le due Simone, va bene o non va bene? Le regole di guerra sono regole di guerra. Se Farina è incappato in una piccola o grande battaglia, ha fatto benissimo. Spero solo che al magistrato abbia detto tutta la verità, rivendicando tutto. E che ne esca a testa alta».




permalink | inviato da il 9/7/2006 alle 1:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 luglio 2006


Un successo chiaro mai in discussione E adesso a Berlino per tornare a vincere

Siamo là dove non pensavamo, dove credevamo di non essere nemmeno degni di stare. Siamo sul tetto del mondo di nuovo come 12 anni fa e come sempre, perché questo sport di attrezzo ed equilibrio, di gente di dovunque e di ogni razza è il nostro sport, un gioco storto che sappiamo giocare come nessuno. La Germania era solo un pretesto e l’ha quasi capito. Era più debole e più cantata, era il popolo del tempo giusto che non è mai arrivato. E lo sapeva. Gli italiani non sono i loro avversari. Troppo disordinati, troppo organizzati nel loro caos primordiale, così attenti da non ammettere errori nemmeno in fondo a 120 minuti di fatica.

Questo è il calcio vero, fuori da ogni processo, da ogni plotone di esecuzione. Il calcio dell’istinto e del cuore, quello che abbiamo aspettato e pagato, il nostro calcio che altri hanno mescolato e tradito. Lo ritroviamo qui, in questa notte umida, afosa, appiccicata alla pelle, che ricorda, senza epica ma sinceramente, la nostra storia. Non siamo mai stati i migliori, ma siamo sempre stati i più umili, quelli che più studiano per andare oltre i limiti. La palla che scivola è la nostra metafora, è l’arte di arrangiarsi, di giocare i migliori. E il modo di stare in campo è quell’architettura che non abbiamo più la ricchezza per costruire. Nel calcio cancelliamo molte cose, probabilmente troppe. Del calcio facciamo progetti troppo importanti. Siamo scontrosi ed eccessivi quando si parla di pallone. Ma siamo gli uomini di mezzo, il popolo ideale su questo pianeta per mettere insieme un’idea di sintesi.
 
Siamo i sudamericani d’Europa e gli europei del Sud America. Siamo strana gente che non è alta né bassa, né forte né debole ma riesce a gestire i suoi limiti perché li studia, perché viene da lontano, perché ha grandi geni nel suo prototipo originale, perché sa soffrire e sa andare avanti sotto qualunque tempo e latitudine. Dal punto di vista tecnico abbiamo vinto come era imprevisto, attaccando. I tedeschi non aspettavano avversari così reattivi e ordinati. Pensavano avremmo aspettato e saremmo ripartiti. Siamo stati invece semplicemente più forti. Molto più forti. Abbiamo potuto sopportare senza danni anche la notte pesante di giocatori importanti come Toni e Totti, i disordini di Perrotta e Camoranesi, la sfortuna dei pali colpiti da Gilardino e Zambrotta. C’era un filo rosso fra noi e la vita che tifava per noi, non era mai troppo convinto ma era insistente, raccontava bene la nostra forza. C’era nell’aria un vago profumo di trionfo e non era fortuna. Era costruzione che si metteva insieme mattone dopo mattone, angolo dopo angolo di storia e di bellezza, di atavica capacità di giocare questo straordinario gioco che di nuovo ci mette in cima al gruppo. In un’epoca in cui il calcio non sa se essere bianco o nero, è straordinario che torni a dominare la vecchia stirpe italiana, quella emigrante e geniale che si è presa tante volte sulle spalle il tempo e l’ha portato avanti.

La partita è stata un lungo tunnel verso questa direzione. Una supremazia originale che ha chiesto il suo tempo per affermarsi. I migliori mi sono sembrati Zambrotta, Cannavaro, Materazzi e Grosso, ma forse è una vecchia idea difensiva italiana. In realtà, è tutto il nostro calcio che vince, anche quello alla sbarra. Un movimento grande ed eccessivo che deve essere cambiato ma non dimenticato. Ora andiamo in infinita processione verso Berlino, a capire bene quello che è successo e a portare la nostra bandiera verso il terzo millennio. È tempo di ricominciare a vincere





permalink | inviato da il 5/7/2006 alle 11:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


4 luglio 2006


Quella voglia di ignorare la minaccia
di MAGDI ALLAM

Quando ieri pomeriggio alla trasmissione «Baobab» su Radiouno mi è stato chiesto: «Che cosa potrebbe fare l’Occidente per far avanzare il processo di pace in Medio Oriente?», ho risposto senza esitazione: «Affermare in primo luogo una corretta informazione della realtà, senza cui non è possibile né assumere delle posizioni eticamente responsabili né perseguire delle strategie politiche congrue alla causa della pace e alla salvaguardia dell’interesse stesso dell’Occidente». Cito quattro casi offerti dalla cronaca di questi giorni. Primo, la nuova strage di sciiti a Bagdad del primo luglio, 66 morti. La buona notizia: i media italiani hanno collegato il massacro a Al Qaeda, il cui leader Bin Laden aveva preannunciato vendetta per l’uccisione del suo luogotenente in Iraq, Al Zarqawi. La cattiva notizia: sempre i nostri media hanno qualificato la strage come «guerra civile», opera di un «gruppo armato» o di «guerriglieri». Nel fiume di parole scritte o pronunciate non compare mai una volta «terroristi» o «terrorismo».

Secondo, l’attentato terroristico di Hamas, costato la vita a due soldati israeliani e il rapimento di un terzo il 25 giugno, a cui ha fatto seguito la rappresaglia militare d’Israele. La buona notizia: i media italiani hanno focalizzato l’attenzione sul dramma umano del sequestrato, il diciannovenne Gilad Shalit, auspicandone il rilascio. La cattiva notizia: i nostri media hanno addossato la responsabilità della nuova «spirale dell’odio» alla «invasione» e «occupazione» nonché al «massacro» imputato a Israele, nel momento in cui ha adottato le misure necessarie per salvare la vita del suo soldato.

Terzo, la decisione del governo Prodi di rifinanziare la missione militare italiana in Afghanistan. La buona notizia: i media italiani hanno esaltato il fatto che l’Italia manterrà fede all’impegno assunto con la Nato, conformemente alle risoluzioni 1373 e 1386 dell’Onu varate dopo l’11 settembre 2001. La cattiva notizia: i nostri media hanno minimizzato il fatto che l’Italia, ignorando le risoluzioni Onu e disimpegnandosi nei confronti della Nato, ridurrà le sue truppe, non accoglierà la richiesta della fornitura di aerei e ha sostenuto che la sua missione è a tempo.

Quarto, l’aggressione contro padre Pierre Brunissen, accoltellato il 2 luglio da un fanatico islamico in Turchia. La buona notizia: i media italiani hanno pubblicato con rilievo il tentato omicidio che segue l’assassinio di don Andrea Santoro lo scorso 5 febbraio. La cattiva notizia: i nostri media hanno enfatizzato la personalità psicopatica dell’aggressore e sottovalutato la realtà complessiva di repressione dei cristiani e di violazione della libertà religiosa in Turchia.

La lezione da trarre è che in Italia e, più in generale in Occidente, siamo protagonisti e vittime di un’auto-mistificazione della realtà che occulta i problemi ma, anziché risolverli, li aggrava. Ciò avviene quando, all’insegna della «discontinuità», ci ostiniamo a sostenere la presenza di una «resistenza» o «guerra civile» in Iraq, per accreditare la tesi della «guerra ingiusta» e delle «forze occupanti», necessaria a legittimare la decisione del nostro ritiro militare tradendo le aspettative del popolo iracheno e ignorando le risoluzioni dell’Onu 1511 e 1546.

Ciò avviene quando, all’insegna della «equivicinanza», si mettono sullo stesso piano l’attentato terroristico e la rappresaglia militare, chi massacra perché disconosce il diritto alla vita altrui e chi usa la forza delle armi per difendersi, Bin Laden e Bush, Hamas e Israele, finendo per legittimare il terrorismo. Ciò avviene quando trasformiamo l’Onu e la Nato in un menu à la carte , da invocare a pieni polmoni in Iraq e da ignorare totalmente in Afghanistan. Ciò avviene quando ci concentriamo sull’emergere della punta dell’iceberg, quali sono gli assassini di cristiani in Turchia, senza vedere la realtà sommersa dell’iceberg, della fabbrica del terrore islamico che si è annidata nello Stato che Ataturk volle laicista.
C’è un abisso tra la realtà e la nostra percezione della realtà. La nostra salvezza dipenderà dalla capacità di colmarlo, accettando la realtà per quella che è e riconciliandoci con i valori fondanti della nostra umanità.

 




permalink | inviato da il 4/7/2006 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 luglio 2006


«Quattro riforme per rilanciare la Lombardia»

«Non sono rimasto alla guida della Regione per una semplice continuità. La Lombardia può e deve tornare a dare molto attraverso riforme che sono necessarie per tutto il Paese, ma che, come è avvenuto per la sanità, sono partite da qui». Alla vigilia delle sue dimissioni da senatore (formalizzerà l'uscita da Palazzo Madama entro mercoledì), Roberto Formigoni rilancia il programma della Regione e annuncia una serie di interventi legislativi che caratterizzeranno i prossimi quattro anni di governo del Pirellone. La riforma della sanità si era tradotta in un braccio di ferro con l'allora ministro Rosi Bindi e quando Formigoni dice che le prossime «saranno altrettanto significative», sembra lasciar intendere che le porterà avanti con altrettanta determinazione. Quali riforme ha in programma?
«Quattro titoli: politiche del lavoro, competitività, informatizzazione e marketing territoriale. Si tratta di un pacchetto fortemente innovativo messo a punto in 15 mesi di lavoro del Comitato per la competitività».
Partiamo dal lavoro.
«Dobbiamo declinare insieme ed esaltare flessibilità e tutela del lavoro. Flessibilità per stare nella competizione internazionale, ma con maggiore tutela per i lavoratori. Bisogna legare l'offerta di posti di lavoro con una formazione adeguata, bruciare i tempi fra quando l'impresa chiede e quando è pronto un lavoratore con la professionalità necessaria. E' necessario creare Centri per l'impiego, pubblici e privati, accreditati dalla Regione, ma in competizione fra loro. In questo quadro ci saranno misure per agevolare l'ingresso nel mondo del lavoro dei disabili e il reimpiego degli over 45 espulsi».
Passiamo al secondo titolo: la competitività.
«In due parole vogliamo fare della Lombardia una delle regioni più semplici e meno costose d'Europa. Per le imprese e per il cittadino. Sto studiando una serie di progetti di legge per ridurre e semplificare i tempi di autorizzazione. Come? Imponendo per legge il silenzio assenso, ma anche mettendo insieme gli enti che devono dare le autorizzazioni: dalle Asl ai Vigili del Fuoco, dai Comuni alla stessa Regione. E chiederò al governo di collaborare coinvolgendo anche gli Enti statali».
Leggi sul lavoro e competitività sono già temi legati al marketing territoriale. Ma per attrarre investimenti sono necessari anche incentivi fiscali e infrastrutture, materie per le quali la Regione non ha competenza o non ha risorse. E allora?
«E allora si dimostra ancora una volta che il federalismo fiscale è indispensabile. Io dico al governo: usiamolo per far ripartire l'Italia. Per quanto riguarda le infrastrutture, e in particolare la Pedemontana, la Brebemi e la Tangenziale esterna, non ci sono alternative: o si fanno o si fanno».
Ultimo punto l’informatizzazione: non aveva già promesso un computer per ogni famiglia?
«È un problema superato: ormai il computer costa due lire e tutti se lo possono permettere. L’obiettivo è consentire ai cittadini lombardi di sbrigare tutte le pratiche via Internet a partire dal settore sanitario. Con la carta regionale dei servizi si potranno gestire le cartelle cliniche, le prenotazioni, i ticket, i certificati. Già oggi siamo a quattro milioni di operazioni al mese fatte dai cittadini via Internet. L’obiettivo è arrivare a 150 milioni all’anno».
E il rimpasto di giunta?
«Lo faremo, ma quello è soltanto una questione tecnico amministrativa».
Claudio Schirinzi

 




permalink | inviato da il 1/7/2006 alle 9:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 giugno 2006

Rassegna 29 Giugno

Ricerca sugli embrioni: Il cardinale a donne, medici, scienziati. «Delitto come l’aborto»

ROMA - Si fa sempre più duro il tono del cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo che sta portando avanti senza mezze misure una vera e propria crociata a difesa della famiglia in vista dell’incontro mondiale delle famiglie che sarà presieduto da Benedetto XVI a Valencia l’8 ed il 9 luglio prossimi. Ha lanciato scomuniche dalle pagine di Famiglia Cristiana non solo contro i responsabili di un aborto, «madre, medico, infermieri e padre consenziente», ma a tutti quanti fanno ricerca sulle cellule staminali embrionali. Per il porporato più duro e intransigente del Sacro Collegio «è la stessa cosa: distruggere l’embrione equivale all’aborto», «e la scomunica - ha sottolineato - vale per la donna, i medici ed i ricercatori che eliminano l’embrione».

REAZIONI - Le invettive del cardinale contro quanti minacciano la famiglia sono apparse così imbarazzanti alla vigilia della delicata visita del pontefice nella Spagna di Zapatero, dove l’idea di famiglia ha subito evoluzioni molto laiche, che anche la senatrice della Margherita Paola Binetti, ex vicepresidente del comitato Scienza e Vita, considerata molto vicina ai vertici cattolici, è intervenuta. Pur nella «condivisione piena del fatto che non si debba fare l’aborto e manipolare gli embrioni - ha detto la Binetti -, rimango stupita per i toni usati dal cardinale che fanno passare l’idea di un Dio arrabbiato con gli uomini perché non in sintonia con lui». Più che la scomunica, continua la senatrice, «mi sarei aspettata che l’accento venisse posto più su misure d’accoglienza che punitive, riferendosi ai principi di solidarietà, magnanimità e perdono da parte della Chiesa».
Del resto anche il recente e durissimo «studio» firmato dal cardinale Trujillo in quanto presidente del Consiglio Pontificio della Famiglia era stato sopportato con molto distacco dalle autorità vaticane. Al documento era stato conservato un bassissimo profilo. Non è stato proposto ufficialmente nel sito Vaticano ed è stato accettato solo come un documento che il Consiglio ha presentato come un’iniziativa non richiesta al Pontefice in vista dell’Incontro di Valencia.

«TIMORI» - Nella sua intervista a Famiglia Cristiana , il porporato ha voluto farsi interprete dei «timori» del Vaticano, denunciando il fatto che «parlare in difesa della vita e dei diritti della famiglia stia diventando in alcune società una sorta di delitto contro lo Stato, una forma di disobbedienza al governo, una discriminazione contro le donne». Ed è arrivato fino ad immaginare uno scenario da processo alle streghe al contrario. «La Chiesa - ha confermato - rischia di essere portata davanti a qualche corte internazionale, se il dibattito si facesse più teso, se si ascoltassero le istanze più radicali».
Ne ha anche per gli uomini politici che approvano le leggi direttamente o indirettamente «abortiste»: «Secondo me, se approvano leggi inique e ingiuste che distruggono l’uomo e vanno contro i diritti di Dio, va fatta una riflessione, perché essi non potrebbero accostarsi all’eucarestia». Infine il cardinale lancia una minaccia: «Nessuno al mondo è autorizzato a contraddire la dottrina della Chiesa sulla protezione della vita a tutti i livelli».
Bruno Bartoloni

 

 

Battaglia al Senato, poi Marini cede

Gazzarra in Senato sulla fiducia chiesta dal governo per lo spacchettamento dei ministeri. Al rifiuto di Franco Marini di discutere, prima della fiducia, le pregiudiziali di costituzionalità, il senatore di Forza Italia Lucio Malan (nel cerchietto bianco nella foto a sinistra) ha tirato addosso al presidente il libro del regolamento del Senato («pesa solo quattro etti...», si è poi giustificato il senatore) e, una volta espulso, si è rifiutato di abbandonare l’aula. «L’occupazione» è durata otto ore e si è poi risolta anche per l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tensioni nell’Unione sull’Afghanistan: otto senatori annunciano il loro «no» alla missione. Malumori anche nel Polo

 

 

Pera: i Ds ora mi riabilitano. Marini? Vittima di Prodi

ROMA - Nei corridoi del Senato lo fermano i diessini: «Nemmeno tu l’avresti combinata così», gli sorride Cesare Salvi. Poco distante Gavino Angius ammette: «Marini ha fatto un errore». Marcello Pera ovviamente sorride, minimizza i complimenti («eh sì, ora mi riabilitano, post mortem»), ma non vuole dire una parola contro chi gli è succeduto alla presidenza del Senato. Al massimo concede una critica: «Credo che Marini sia una vittima: di Prodi, della presunzione di questo governo. Detto questo sta dimostrando più ostinazione che flessibilità, facendo un danno all’istituzione Senato oltre che a se stesso». Allora presidente, come giudica l’incidente?
«Con me una cosa simile non è mai successa, ho sempre dato la parola a tutti».
Lei dirigeva un altro Senato, con altri equilibri numerici.
«È vero, ma qui siamo già alla seconda volta. Marini non può pensare di procedere così, il Senato non può solo votare fiducie e non discutere di nulla».
Si avvicina un altro senatore della maggioranza, chiede a Pera se Marini ha ricevuto consigli dagli uffici giuridici: «Il problema non sono i consigli ricevuti, ma quello che ha chiesto, ovvero come ridurre al minimo la discussione, per non far parlare l’opposizione. E si sa, i precedenti sono come i peccati: a cercarli si trovano sempre».
Colpa di Marini dunque?
«Al contrario. Lo ritengo una vittima di questo governo. Prodi dà l’impressione di voler governare facendo a meno del Senato. Esistono già le date parlamentari per le fiducie. Se le cose stanno così era invitabile che accadesse. E, se Marini non gli farà cambiare idea, succederà ancora».
Tutta colpa di Prodi?
«Certo. E mi meraviglia che non si curi di mettere in difficoltà la seconda carica dello Stato e il Parlamento. Marini si trova coinvolto in un percorso di guerra che è stato definito a Palazzo Chigi. Il ministro Chiti si è dimostrato inesperto».
Anche voi facevate ricorso alla fiducia. E non sarete ricordati come campioni del contributo parlamentare alle leggi.
«Ma non è mai successo che sia stata chiesta una fiducia preventiva. La fiducia arrivava al termine della prima lettura, dopo un percorso che prevedeva ampio dibattito. Prodi al Senato non ha una maggioranza e cerca di porvi rimedio, ma nel peggior modo possibile, creando una ferita istituzionale».
Oggi i senatori del centrosinistra presenti erano 160, ampia maggioranza dunque. In apparenza nessun problema. Che è successo secondo lei?
«Facendo parlare Schifani e Malan, e accettando un dibattito, avremmo perso al più un paio d’ore. Diciamo che a Marini è mancata la prontezza di capire che la forzatura non era necessaria. Il massimo del rischio che correvano era che mancasse il numero legale. Il mio timore è che Marini voglia creare un precedente, ma su questo punto il regolamento è chiaro».
Dice anche che non si possono tirare dei libri all’indirizzo della presidenza.
«Indubbiamente, ma guardi qui il problema è il modo di essere maggioranza non certo il nostro modo di fare opposizione. Qui stiamo parlando di banali decreti, mi chiedo cosa succederà con la Finanziaria. Come pensa Prodi di portarla avanti? Così finirà con l’esautorare la sua stessa maggioranza. Non la vedo la sinistra radicale che vota a scatola chiusa la Finanziaria: sarebbe l’implosione del centrosinistra».
Previsioni?
«Fra qualche mese Prodi arriverà a un bivio: o farsi da parte o trovare un accordo con l’opposizione. Ma non credo che lo farà: andrà via lasciando i pozzi avvelenati».
Marco Galluzzo




permalink | inviato da il 29/6/2006 alle 12:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 giugno 2006

Rassegna 27 Giugno

Il No cancella le riforme, Italia ferma al 1948
di Massimiliano Scafi

da Roma
Spoglio flash, velocissimo: alle cinque della sera, due ore dopo la chiusura dei seggi, mentre a Kaiserslautern l’arbitro fischia l’inizio di Italia-Australia, a Roma la partita del referendum è già bella che finita. «Il lavoro dei seggi è stato certamente facilitato dalla semplicità del quesito, ma anche dalla concomitanza di un altro evento», ci scherza su il ministro dell’Interno Giuliano Amato. Spoglio ultrarapido e risultato netto: vince il no, con quindici milioni e mezzo di voti, il 61,3 per cento, contro il 38,7 del Sì, nove milioni e 600mila voti. Bocciata quindi la riforma della Costituzione, si torna adesso alla Carta del 1948, con in più i ritocchi al Titolo V apportati cinque anni fa dal centrosinistra. Abbastanza alta pure l’affluenza, che tocca quasi il 54 per cento: stavolta non ce n’era bisogno, ma per la prima volta dopo dieci anni una consultazione popolare raggiunge il quorum della metà più dei cittadini.

Dunque non c’è match, non c’è suspense, non c’è nemmeno mezz’ora di incertezza. La sfida prende una certa piega già dagli exit-poll. E all’ora di cena, mentre in tv i processi agli azzurri di Lippi si mescolano alle analisi sul voto, i risultati definitivi consegnano una situazione senza appello. Il No prevale ovunque in tutte le cinque maxiregioni, ma più nettamente al sud, 74,8 per cento contro 25,2, al centro, 67,7 a 32,2 e nelle isole, 69,9 a 30,1. C’è equilibrio soltanto al nord, dove finisce 52,6 a 47,4. Ma le grandi città, compresa Milano e Venezia, premiano il no, mentre nelle regioni il Sì la spunta solo in Lombardia e Veneto. In Lombardia si esprimono a favore della riforma due milioni e 400mila elettori, pari al 54,6 per cento: contrari due milioni. In Veneto i Sì sono il 55,3 e i No il 44,7 Sostanziale pareggio in Friuli-Venezia Giulia, 50,8 contro 49,2. In tutte le altre prevale il no. Dal Piemonte, 56,6, al Trentino-Alto Adige, 67,7, alla Liguria, 63.
Buona la mobilitazione dei contrari alla legge in Emilia, Toscana, Marche, con percentuali che vanno dal sessanta al settanta per cento. Nell’Italia centrale il No, 67 per cento, ha praticamente doppiato il Sì. Ma il vero boom dei no si registra nel Mezzogiorno. Campania 75,3, Molise 71,7, Puglia 73,5, Basilicata 76,9, Calabria addirittura 82,5. Numeri alti nelle urne, che si abbinano però a quelli molto più modesti della partecipazione alla consultazione popolare. Quanto agli italiani all’estero, il Sì è davanti in America e soccombe in Europa.

Crotone, con il suo 86,2 per cento contro il 13,8, è la capitale dei contrari alle modifiche alla Costituzione. Napoli arriva al 78,2, Roma con un milione 156mila voti, è al 67,7. Al capo opposto, geografico e politico, dell’Italia, c’è Sondrio, dove il Sì ha prevalso con il 65,6. Sopra o attorno al 60 per cento i favorevoli alla riforma pure a Como, Bergamo, Brescia, Varese, Treviso, Verona, Vicenza. E discreti risultati il Sì li ottiene a Monza, Lodi, Lecco, Pavia, Cremona, Cuneo, la Novara di Scalfaro, Vercelli, Biella, Padova, Belluno, Pordenone, Udine, Imperia. Ma mentre il No vince anche in diversi centri del profondo settentrione - Mantova, 55,4, Venezia, 53,6, Rovigo, 53,9 - sotto il Po il Sì non a sfonda da nessuna parte. Solo a Latina, 45,2, e Viterbo, 41, riesce ad avvicinarsi.
Il risultato del referendum chiude una lunghissima stagione elettorale iniziata il 9 aprile e riapre il dibattito sulle «riforme condivise». Sarà difficile vedere ripartire macchine, apparecchiare tavoli o insediare bicamerali, perché si litiga ancora su quasi tutto, ma su una cosa sembrano tutti d’accordo, sull’altissima partecipazione complessiva degli italiani al voto. È la prima volta, dal 1995, che una consultazione popolare supera la soglia del 50 per cento dei votanti. È la prima volta, da diverso tempo, che l’affluenza sale e non diminuisce. Ed è la prima volta, da una quindicina d’anni, che viene raggiunto il quorum, anche se stavolta, trattandosi di un referendum confermativo e non abrogativo, superare lo sbarramento non era obbligatorio. Si tratta comunque di un’interessante inversione di tendenza: il 7 ottobre del 2001, per l’omologa chiamata alle urne sulla contestata legge di modifica del Titolo V, si presentarono ai seggi solamente il 34,1 per cento degli aventi diritto. Un italiano su tre

Così la Turco combatte la droga: «Più spinelli per uso personale»

Emanuela Fontana
Il governo di centrosinistra potrebbe raddoppiare e sicuramente aumenterà l’uso di cannabis a livello personale senza che sia reato. Secondo Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà Sociale, il limite può tranquillamente arrivare a quaranta spinelli.
La proposta è stata lanciata dal ministro della Salute Livia Turco, che intende passare subito all’esecuzione della norma: «È mia intenzione - ha anticipato - elevare, con atto amministrativo, il quantitativo massimo di cannabis detenibile senza incorrere nella presunzione di spaccio e in provvedimenti punitivi fino all’arresto e al carcere». E il ministro Ferrero ha raccolto il messaggio senza farsi aspettare, precisando: «La mia proposta è di raddoppiare la quantità massima di cannabis consentita per uso personale». Dopo la provocazione delle shoting room, le stanze del buco, il ministro di Rifondazione appoggia una nuova iniziativa su una guerra a modo suo agli stupefacenti, e lo fa nella «giornata sull droga». Il ministro Turco illustrerà il suo decreto probabilmente oggi durante la sua audizione sulle linee del suo mandato davanti alle commissioni riunite.

Le quote dell’uso personale di droghe leggere definite non reato erano state fissate dall’ultima legge Fini-Giovanardi sulle droghe che l’Unione non aveva nascosto di voler ampiamente modificare. Secondo le tabelle attualmente in vigore, è consentito il possesso per uso personale fino a 500 milligrammi di cannabis, corrispondente a quindici-venti spinelli. Se la richiesta di Ferrero verrà ascoltata, la quota si alzerà a un grammo.

La Turco vuole appunto far presto e spiega che, nonostante la legge del centrodestra sia tutta da rivedere, in particolare su alcune norme, «quelle che equiparano - sottolinea - ai fini delle conseguenze sanzionatorie il possesso e l’uso di cannabis al possesso e all’uso di droghe pesanti» si possono anticipare alcuni cambiamenti: «Ritengo che alcuni interventi correttivi - chiarisce - possano essere operati subito sul piano amministrativo, anche prima della modifica della legge».
Il governo non può assumere decisioni di questo tipo senza confrontarsi con il parlamento, avverte subito Carlo Giovanardi (Udc): le affermazioni della Turco sono «un ulteriore aiuto alla menzognera campagna di certa sinistra per convincere i giovani che si possono tranquillamente usare droghe leggere senza alcun danno per la salute». Per questo è necessario che le decisioni in materia non vengano prese «dall’alto», precisa Giovanardi, anche perché non ci sono stati i tempi tecnici per verificare i risultati della nuova legge sulle droghe, una delle ultime approvate dal governo di centrodestra: «Credo che sia responsabilità del governo di venire in Parlamento e confrontarsi nelle commissioni competenti, non soltanto su proposte di modifiche legislative, ma anche su eventuali atti amministrativi che vengano assunti prima di un doveroso approfondimento degli effetti positivi che sta dando la legge in vigore». Se nel governo a Turco e Ferrero arrivano gli appoggi dei Verdi, del Pdci, della Rosa nel pugno, di molte voci dei Ds tra le quali quella del ministro Giovanna Melandri, dall’esterno, da chi opera «sul campo» con i tossicodipendenti, piovono reazioni molto critiche: «Siamo non solo addolorati, ma anche costernati», ammette don Oreste Benzi, presidente della comunità Papa Giovanni XXIII, che gestisce in Italia e all’estero 36 comunità di recupero. «In questo giorno - aggiunge don Benzi - mentre si è impegnati a diminuire e a eliminare l’uso delle droghe, l’onorevole ministro si è impegnata ad aiutare lo spaccio». È polemico anche don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus: «Non capisco - spiega - la strana fretta che alcuni ministri di questo Governo hanno nel complicarci la vita. Per quale motivo, proprio oggi, Livia Turco si affretta nel tentativo di innalzare il quantitativo massimo di cannabis detenibile?».

In Somalia inizia la caccia al cristiano
di Massimo Introvigne


La vittoria della fazione più estremista, legata ad Al Qaida, dei cosiddetti Tribunali Islamici in Somalia si deve anche alla colpevole inerzia del governo Prodi, che si è disinteressato pressoché completamente della questione somala, mentre il precedente esecutivo italiano - consapevole del fatto che siamo i primi investitori stranieri nel paese e che tutto quanto avviene a Mogadiscio ha ripercussioni fra gli emigrati somali in Italia - aveva sempre operato, d'intesa con gli Stati Uniti e con silenziosa efficacia, per mantenere un equilibrio fra le varie fazioni. Tra coloro che non saranno grati al governo Prodi di questo disinteresse ci sono i cristiani della Somalia, nei cui confronti è già cominciata una vera e propria caccia all'uomo. L'Italia conosceva questo rischio dal 2003, quando era stata assassinata la missionaria Annalena Tonelli. Quindici giorni dopo due missionari protestanti inglesi, marito e moglie, ne avevano condiviso la sorte.

La minoranza cristiana in Somalia, un tempo fiorente grazie alle missioni francescane italiane (che risalgono al 1886), a quelle luterane svedesi, anglicane britanniche e mennonite americane - seguite più tardi dai pentecostali - si riduce allo 0,5% della popolazione durante la sanguinosa persecuzione anticristiana condotta dal dittatore comunista Siad Barre nei suoi ventidue anni di governo, dal 1969 al 1991, nel corso dei quali ogni attività missionaria è vietata, centinaia di chiese sono distrutte e migliaia di cristiani torturati, fatti «sparire» o giustiziati. Dopo la caduta di Barre la nuova costituzione proclama la libertà di religione, ma in pratica per i cristiani sopravvissuti è difficile vivere una vita normale o trovare un lavoro: molti emigrano in Italia o negli Stati Uniti.
Tuttavia ci sono ancora cristiani in Somalia, e una delle attività che i Tribunali Islamici hanno condotto con maggiore zelo è la loro condanna a morte per apostasia: almeno cinquecento sono stati assassinati negli ultimi anni, già prima della conquista di Mogadiscio da parte degli ultra-fondamentalisti, e le notizie degli ultimi giorni sono allarmanti. Il programma dei Tribunali comprende, molto semplicemente, lo sterminio di tutti i cristiani somali. Uno dei loro ideologi, lo shaykh Nur Barud, ha spiegato che «non ci sono cristiani in Somalia, ci sono solo apostati. Un musulmano non può diventare cristiano: può solo diventare apostata. Non c'è posto per gli apostati in Somalia: non riconosciamo loro il diritto di esistere, solo quello di morire, e li uccideremo tutti».

I Tribunali Islamici ritengono che le sentenze di morte contro gli apostati debbano essere eseguite anche all'estero. Una delle loro prime azioni terroristiche fu il rapimento in Kenya di un cittadino somalo convertito al cristianesimo, che fu riportato in Somalia, «processato» e giustiziato. Lo stesso, naturalmente, potrebbe avvenire in Italia. Inoltre i Tribunali ritengono che «la terra somala sia terra sacra musulmana» e che anche gli operatori stranieri cristiani - come Annalena Tonelli - non abbiano diritto di rimanervi. La loro nozione di «cristiano» si estende al non musulmano che svolga semplici attività umanitarie, e perfino giornalistiche, senza alcuna implicazione missionaria. Altri casi Tonelli sono in arrivo. Il nido di vespe lasciato prosperare a Mogadiscio grazie anche all'inerzia italiana proietta un'ombra sinistra non solo sulla Somalia, ma su tutti i paesi - e il nostro è fra i primi - dove vivono comunità somale




permalink | inviato da il 27/6/2006 alle 11:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 giugno 2006


RUOLI DIVERSI ALLA MATURITÀ di GIORGIO DE RIENZO

Più d'un secolo fa, Carducci si trovava a Desenzano sul Garda, a sovrintendere a quelli che erano gli esami di maturità di allora. Davanti a lui ci sono dei giovani «lombardotti», che se ne stanno seduti, silenziosi e assorti nel compito d'italiano. Carducci deve sorvegliarli e l'attesa si prolunga. Consuma allora un suo pranzetto: «Una buona costoletta, a la fe' di Dio, con patatine ben crogiolate, e del formaggio stupendo, e delle albicocche, delle albicocche che nulla hanno a invidiare a quelle che rosee galleggiano fra 'l verde mite, ne' verzieri della mia dolce Toscana». I «lombardotti» che «devono scrivere i loro poveretti pensieri nel loro poveretto e lumacoso volgare», lo guardano con invidia: «Mi guardano e pensano. - Oh quanto sarìa meglio mangiare costolette come fa il commissario e sgranocchiare patatine e succiarsi albicocche!». E il professore di rimando: «Avete ragione, o lombardotti, tanto non sarete voi né il Fracastoro, né il Castiglione: ma intanto mangio io: e voi scrivete sul Tasso; ma quasi quasi vorrei esser voi, e pigliarmi la briga di fare il vostro esame, per poi andarmene per la laurea... per due lauree, per tre lauree... perenni».
Anche il professor Carducci, che era pure tutto uomo di scuola - e uomo di scuola ben convinto delle istituzioni - non sembra aver fiducia nel valore degli esami: proprio come i suoi colleghi d'oggi. Però sa rimanere professore e imporre una distanza agli studenti, i quali, da parte loro, sembrano gradirla. Oggi sarebbe difficile per un presidente degli esami di maturità mangiare con gusto costolette davanti ai candidati, sgranocchiare con avidità patatine e succhiare con golosità albicocche. La cronaca se mai registra episodi opposti di presidenti che offrono panini e caramelle ai candidati.
L'ho presa un po' alla lontana per dire, scherzando, una cosa seria. Un presidente di maturità dovrebbe riuscire a stare a metà strada tra il sadico professor Carducci, che ostenta tutto il suo potere, e il professore moderno che fa l'amico dei propri allievi. Se gli esami di maturità hanno ancora un minimo di senso, questo senso sta ormai solo nella loro ritualità formale, in cui giovani e adulti possono recuperare, sia pure per breve tempo, la diversità dei rispettivi ruoli. Un presidente di commissione può fare in modo che ciò accada fino in fondo: che gli adulti cioè non manchino al loro dovere di ascoltare (e giudicare) i giovani, che gli studenti non dimentichino il loro diritto di essere ascoltati e giudicati.



1.       Se domani il commissario si mette a mangiare costoletta e patatine mentre faccio il tema gli tiro una sediata dal fondo della classe con l'intento di staccargli la testa dal collo

2.       Se un commissario toscano viene a chiamarmi "lomabrdotto" gli lancio il banco dal fondo della classe con l'intento di schiacciarlo insieme alle sue albicocchine

3.       Che un professore sia diventato amico, e sottolineo amico, dei propri allievi penso sia assolutamente umano. Dopo 5 anni di convinvenza chi non è riuscito a superare le "barricate", sia da una parte che dall'altra, mi fa tanta pena. L'amicizia, d'altronde, è volere il bene dell'altro, e apparte gli scherzi spero che tanti amici vengano fuori in questi 3 giorni e all'orale che deve da venire. Che questo inutile esame non sia solo stress ma una bella occasione

4.        Odio la matematica, gli amici lo sappiano. ^^


 







permalink | inviato da il 20/6/2006 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


20 giugno 2006


Corriere della sera

Il «richiamo» dei vescovi: sinistra lontana dal popolo
 «C’è il rischio di tic e ideologie individualistico-libertarie»

ROMA - Una sinistra - quella italiana e «non solo» - che ogni giorno si fa più «radicalmente radical», rischiando l’abbandono di ogni riferimento «popolare». Presa in questa deriva, essa non si avvede che dietro la proposta cattolica dei «principi non negoziabili» non c’è un interesse di parte, ma la preoccupazione per il «bene comune». L’agenzia «Sir», che fa riferimento alla Cei, ha mosso ieri questa critica frontale al radicalismo di sinistra, forse la più decisa che sia venuta dal mondo cattolico lungo l’ultimo anno, cioè a seguito dell’incoraggiamento a contrattaccare che questo mondo ha ricevuto dal risultato del referendum sulla fecondazione assistita.
Punto di partenza della nota è l’articolo di Ernesto Galli della Loggia «Sinistra e valori» pubblicato domenica dal Corriere della Sera . Il Sir ne condivide l’idea che «è cambiata con velocità accelerata l’agenda del dibattito politico-ideologico a livello non solo italiano».
«La sinistra - scrive poi l’agenzia dei settimanali cattolici - rischia di diventare ormai radicalmente "radical"», sempre meno mira a «incisivi interventi su un’economia ormai europeizzata o globalizzata» e «sostituisce ogni riferimento "popolare" con i tic e le ideologie individualistico-libertarie».

Ma «colto nella sua individualità il cittadino è titolare di diritti astratti, solo di fronte allo Stato». Così «cogliendolo» - prosegue la nota - la sinistra «rischia» di contribuire al trionfo dell’individualismo e di smarrire la propria tradizionale attenzione alla socialità. E’ una strada che «il movimento radical-liberale» batte da tempo, ma che oggi vorrebbe «scissa» dalla «tradizione cristiana», con «conseguenze imprevedibili».
L’«imprevedibile» non viene nominato, ma riguarda le frontiere della vita e il destino della famiglia: «Scommettendo su processi profondi di de-cristianizzazione si intende da più parti accreditare l’affermazione tutta ideologica per cui quel che tecnicamente è possibile lo Stato deve consentirlo, ciò che l’individuo preferisce, la legge non deve vietarlo».
Il Sir osserva però che «ad ogni azione corrisponde una reazione» e che «cacciato dalla porta dell’ideologia, il riferimento all’esperienza elementare incoercibile dell’umanò rientra come aspirazione profonda».

Ed ecco che da alcuni anni «l’apprezzamento della valenza culturale e identitaria della religione è in costante aumento». Ed ecco infine che «un momento storico così delicato e aperto richiede e sollecita Chiesa e cattolici in forme nuove - e necessariamente unitarie - verso la proposta, l’interlocuzione coraggiosa, senza complessi e tic culturali».
C’è da ricostruire un «sostrato comune» perché si abbia un «accordo sui valori». «Di qui - conclude il Sir - l’insistere sui principi "non negoziabili" e anche una forma nuova di intervento ecclesiale». Che non mira a «difendere posizioni di potere o a strillare anatemi», ma è «proteso al bene comune».
Luigi Accattoli

 

«Il cattocomunismo esiste ancora, ma si è aggiornato»

Sembra strano dire che il dialogo tra i comunisti e i cattolici sia finito, quando si discute la nascita del partito democratico, di un partito che dovrebbe comprendere il filone più tradizionale della democrazia cristiana assieme ai postcomunisti in una maggioranza di cui fanno parte Rifondazione e i Comunisti Italiani. Galli della Loggia ha sicuramente ragione di dire che è finito un certo popolo, il popolo che ha trasformato l’Italia contadina in Italia industriale e che è stato espresso dell’efficace dialogo tra don Camillo e Peppone nel romanzo di Guareschi. Nella memoria di Galli della Loggia, giustamente, quel popolo, pur diviso politicamente, sembra unito nei valori e quindi la tendenza a coincidere è comprensibile (...). Non vi è dubbio che quel popolo non esiste più, che la comunicazione di massa ha distrutto le masse, che ha costruito gli individui come figura dominante. Televisione, computer e Internet hanno creato una società in cui ciascuno comunica la sua singolarità e determina i suoi valori. Non si potrebbe pensare realtà più diversa da quella degli anni ’60, in cui fiorì il dialogo tra comunisti e cattolici come figure culturali, degli anni 2000, in cui i partiti divengono frammenti tesi a individuare le scelte dei singoli. Eppure il fenomeno fondamentale politico del mondo cattolico costruito nelle sue parrocchie e nei suoi movimenti è stata l’attenzione a sinistra, proprio per combattere la società della comunicazione di massa e il modello individualista che esso generava. Il consumismo è divenuto l’avversario ideale delle pastorali e dei vescovi, il linguaggio proprio della gerarchia, la parola politica di movimenti ecclesiali, il linguaggio comune dei parroci e dei curati.

Il nuovo modello sociale ha suscitato la resistenza del mondo cattolico molto più che del mondo derivato dal Pci. Ma tuttavia la sinistra è sembrata il referente ideale del dialogo, appunto per la memoria che portava in sé e perché poteva parlare, in nome di quella, un linguaggio più simile a quello dei cattolici. Sicché la storia dopo il ’94 è stata la convergenza della sinistra democristiana e dei postcomunisti; ed essa ha avuto un largo consenso nel mondo cattolico, specie il più impegnato nelle attività ecclesiastiche. Ciò è dovuto al fatto che la svolta conciliare aveva impresso una svolta di impegno nel sociale che era divenuto una forma propria dell’identità cattolica, non più centrata sull’elemento dogmatico e spirituale, ma su quello della prassi significativa, di un impegno di cambiamento spirituale del mondo. Non vi è dubbio che la sinistra fosse un punto di riferimento della svolta teologica e che la figura rivoluzionaria tornasse a rappresentare quello che del resto era stata l’origine: una riduzione secolare dell’escatologia cristiana (...).

Ciò ha creato un curioso paradosso. Il mondo cattolico meno impegnato, non molto praticante, guarda al centrodestra, il mondo cattolico più impegnato guarda al centrosinistra. Bisogna tenere conto inoltre che nel pensiero cattolico non è penetrato il tema, pur profondamente cristiano, del primato della libertà, anche se la persona umana sta al centro del suo linguaggio. Il tema fondamentale è rimasto quello della giustizia: e questo viene interpretato in modo da favorire l’intervento dello Stato (...). È quindi comprensibile che ancora esista un riferimento alla sinistra, sia nella sua forma moderata che nella sua forma antagonista: e che ciò continui nonostante la diversità di posizioni sulle questioni della bioetica e della famiglia.
Se per cattocomunismo intendiamo questa forma nuova di preferenza per la sinistra rispetto alla destra, occorre dire che il cattocomunismo esiste ancora e che è ancora il linguaggio dominante, quello più facilmente disponibile dei cattolici. Più che di una fine del cattocomunismo, mi pare possibile parlare di un suo aggiornamento. Non si deve confondere la ferma posizione della gerarchia, con il sentimento e la cultura del cattolicesimo, delle parrocchie e dei movimenti.
Mi sembra che la realtà sia più complessa del modo in cui la descrive Galli della Loggia, che la posizione del mondo cattolico sia ancora fondamentalmente ambigua, che i suoi eroi siano ancora modelli più legati a sinistra, basti pensare all’avanzato processo di beatificazione di Giorgio La Pira, la figura di inizio più significativa del cattolicesimo di sinistra e del pacifismo. Questo spiega perché postdemocristiani e postcomunisti facciano parte della stessa maggioranza e pensino di concorrere con il medesimo partito. Le condizioni sociali mutate hanno reso più facile, e non più difficile, questa convivenza. Anche se un urto su Pacs e fecondazione assistita potrebbe produrre conseguenze ora inattese.
Gianni Baget Bozzo




permalink | inviato da il 20/6/2006 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 giugno 2006


Formigoni: Cl e Cdo vedono i limiti della riforma ma dicono sì

MILANO - «Macché spaccatura. Semplicemente da noi non c’è una disciplina di partito. Ma un dibattito. Tra posizioni in realtà simili». Ma la Compagnia delle opere...
«Vero, non sono entusiasti di questa riforma».
Un pateracchio, dicono.
«Ma entusiasta non lo ero neanche io, e sin dall’inizio. E anche ora, anzi, dico che le modifiche della Costituzione dovrebbero essere ben altre».
Però, governatore Formigoni, lei e gli altri di Cl...
«Al referendum, certo, voteremo sì. Ma non c’è alcuna contraddizione: è l’unico modo per cambiare la riforma in meglio. Lo vede che, alla fine, noi e gli amici della Cdo diciamo in pratica la stessa cosa?».
Sarà. Ma almeno il dubbio di una frattura interna a un mondo come quello di Comunione e liberazione era diventato legittimo se non altro dopo le ultime prese di posizione in materia di referendum costituzionale: da una parte il presidente lombardo Roberto Formigoni, con altri ciellini tipo Maurizio Lupi e Mario Mauro, a sottoscrivere su Tempi un appello per il sì; dall’altra il fondatore della Cdo, Giorgio Vittadini, che invitando ad andare «oltre il referendum» definiva comunque la riforma «un pateracchio».
Se non è una spaccatura, perché non c’è un vostro appello unico?
«Non siamo un partito in cui uno dà la linea e gli altri seguono, non c’è un comitato centrale. Gli amici della Cdo dicono che questa riforma ha molti limiti. Lo dico anch’io. Ma anche loro non dicono affatto di non votarla: anzi».
Beh, non sono neanche così perentori nel dire di farlo.
«Però ricordano che i vescovi raccomandano comunque di andarci, a votare. E aggiungono che il sì è meglio del no. Dopodiché è chiaro che una differenza di accenti c’è. Ma io e i firmatari dell’appello, a differenza loro, facciamo politica. E ciascuno ha il suo mestiere».
Ma se questa riforma non piace neanche a lei, allora perché...
«Scusi, ci tengo a spiegare. Io non lo dico da adesso, che questa riforma non mi entusiasma. Addirittura tre anni fa, e proprio al Corriere , spiegai che bisognava essere più chiari e più decisi: che serviva più sussidiarietà orizzontale, un federalismo fiscale vero, un Senato veramente federale».
Appunto: e ora si tura il naso e vota sì?
«Turarsi il naso... non si tratta di questo. Intanto, per rispondere anche a Prodi, questa riforma serve comunque a far chiarezza sulle competenze di Stato e Regioni. Ma il punto è soprattutto che votare sì è l’unica speranza per continuare sulla via del cambiamento. Mentre un no è come metterci davvero una pietra sopra».
C’è chi dice il contrario.
«Chi lo fa sbaglia. Questa riforma entrerà in vigore solo nel 2011: c’è tutto il tempo per modificarla, se si indica la volontà di farlo. Ma se vincono i no, allora di cambiamenti non se ne parlerà più per i prossimi vent’anni. E questa cosa, cioè lasciare tutto immobile, è proprio l’ultima di cui il Paese ha bisogno».




permalink | inviato da il 19/6/2006 alle 9:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     agosto       

    

 
    GS Legnano



          "L’annuncio di Cristo:questo è il centro 
            di tutta la vita dell’uomo e della storia.
            E questo si vive mettendosi insieme, 
            vivendo una vita di comunità perché Cristo 
            nella storia prosegue dentro il segno 
            della grande comunità che è la Chiesa"


                                 Luigi Giussani





                              
                            * L'amicizia *
              
                
             

                           Locations of visitors to this page
                           

                    
                                          * The Blonde *
       
           Per l'Occidente